Sa ‘ratzia: la rottura del piatto ai piedi della sposa

Una tradizione benaugurale alla quale non si può rinunciare!

Il matrimonio è un momento magico, scandito da passaggi rituali di antiche origini che spesso ancora sopravvivono tramandandosi di generazione in generazione.

Ph: A.V. Studio

Una delle usanze più sentite e diffuse nella nostra isola, alla quale difficilmente ancora oggi le spose rinunciano, è la cd. ‘ratzia.

Durante il ritorno si scatena una pioggia di grano, di fiori e di confetti, con grida di “Buona fortuna”. Il grano è augurio di abbondanza. Si frantumano i piatti su cui lo si tiene, se la sposa è ritenuta vergine. La rottura dei piatti significa la rottura della sua verginità. È come il simbolo dell’abito bianco tra le signore. Se la sposa è vedova o non ha la fama illibata, e i piatti vengono rotti al suo passare, i soprastanti ridono e ne fanno oggetto di frizzi e parole ambigue.

Così Grazia Deledda descriveva il rito de sa ‘ratzia nelle pagine dedicate al matrimonio inserite nel noto lavoro sugli usi e costumi barbaricini di fine ‘800, Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna.

Protagonista del rito è il piatto, preparato con cura seguendo alla lettera la tradizione locale: riso o grano, petali, foglie e confetti, a cui oggi si aggiungono spesso foglietti di carta, mandorle, monetine e persino caramelle.

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La tradizione vuole che questo piatto, che rappresenta il desco della famiglia d’origine, venga rotto all’uscita della sposa da casa oppure al termine della cerimonia. Nel primo caso è solitamente una prerogativa della madre mentre nel secondo può essere svolto anche da un’altra donna della famiglia.

Prima della rottura del piatto, i cui frammenti poi devono rimanere in terra, viene lanciato una parte del suo contenuto sia sugli sposi che sugli invitati.

In questo modo il gesto benaugurale coinvolge tutti i presenti aumentando il senso di appartenenza e sottolineando il clima di festa e gioia collettiva.

Se queste sono le formule tradizionali ed i passaggi tramandati da secoli, è anche vero che esistono nei diversi centri della Sardegna delle varianti locali, interessanti perché legate a caratteristiche specifiche delle diverse zone dell’isola ma comunque tutte accomunate dal valore benaugurale comune.

Mentre infatti in alcuni casi il rito è accompagnato dal segno della croce, ripetuto per tre volte, e dalla presenza dell’acqua benedetta, le varianti più significative riguardano il contenuto del piatto ed il suo numero.

La tradizione maggiormente diffusa vuole che il piatto sia solo uno, ma esistono comunque dei centri in cui si usa prepararne due, uno da rompere all’uscita di casa della sposa ed un secondo equivalente per lo sposo: le rispettive madri fanno allora inginocchiare i propri figli su dei cuscini preparati per l’occasione e disposti con cura sull’uscio di casa, materializzando il passaggio dalla condizione di figlio/a a quella di membro di una famiglia nuova.

Ph: Giuseppe Esposito Photography

In altri casi poi il rito viene addirittura ripetuto più volte durante il corteo che accompagna la sposa dalla casa di famiglia al luogo della celebrazione del matrimonio: lungo il percorso si fanno delle brevi soste nelle quali parenti stretti, madrine e persone affettivamente legate ai futuri sposi ripetono il rito davanti alle loro abitazioni.

Secondo un’interpretazione antropologica, confermata anche dalla preziosa testimonianza di Grazia Deledda, la rottura del piatto rappresenta la perdita della verginità della sposa.

La tradizione a tal proposito vuole che, se il piatto non dovesse rompersi al primo tentativo, il rito possa essere ripetuto per tre volte, mentre la necessità di un quarto tentativo viene interpretata come presagio funesto.

Ed il legame de sa ‘ratzia con la sfera della sessualità e quindi della maternità è sottolineato sia dal fatto che sia sempre stata considerata un’esclusiva prerogativa femminile (le donne sono registe uniche di questa sceneggiatura rituale!) che dagli elementi principali contenuti nel piatto: sia il grano che il riso infatti rappresentano astrattamente il seme, la vita e quindi i figli.

Tutti i particolari e le varianti di questa antica tradizione riportano perciò al significato, unico, nobile e sempre valido, che sta alla base di questa usanza, ovvero il richiamo all’abbondanza, alla ricchezza ed alla fertilità.

Il messaggio, universale, è un vero e proprio inno alla felice vita coniugale, sottolineato dal simbolico passaggio della rottura con il passato che lascia spazio all’inizio di una nuova vita di coppia all’insegna dell’amore.

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